Bivi sulla linea del Tempo

2008: dieci anni prima, più vite vissute, una donna in evoluzione che ha lasciato lo spazio alla trasformazione……

In cima alla collina di noccioli, la Signora delle Parole mescola con un bastone di legno un calderone fumante di lettere.

Luna colata sui capelli che accompagnano la danza del vento della notte.

Fila un libro di ragnatela, prezioso e forte, leggero e profondo, undici nomi tra le gocce di vapore.

Mi scandisce i tempi.

No! Troppa premura.

La tua è solo paura!

Il vento mi spinge, apre l’armadio dei racconti sospesi, strappa via dalla gruccia la mia poesia.

Fermo!

Ahahah, ride, e tu vorresti fermare me? che soffio di tramontana così forte e deciso… io sono libero.

Il racconto è stato ormai preso.

La Signora delle Parole batte il bastone sulla terra che si abbandona al piacere del fresco.

Presto, presto!

Arriva il Signor Paura Delgiudizio, con il suo mantello mi avvolge e dubbi sussurra all’orecchio.

Concordo! Il racconto mi brucia tra le dita, io tempo non ne ho, esperienza nemmeno.

Passo alla prossima, ma la gruccia per sospenderlo non c’è più.

Il vento gelido l’ha inghiottita e se ne è andato, così forte che ha scardinato le porte del mio armadio.

La Signora delle Parole alza il bastone, lo fende nell’aria, una stella si incastona sulla punta.

Apri la mano, lascialo libero!

Allora sia! Prendo il Signor Delgiudizio e lo accompagno, con tenerezza, fuori… dalla mia vita.

In cima alla collina di noccioli abbraccio il vento diventato Fennec, una volpe del deserto, nelle notti stellate cavalcando sul suo dorso ho conosciuto la magia.

 

BIVI SULLA LINEA DEL TEMPO

Respiro.

Sto esplorando parti di me che non sapevo esistessero, parti buie e dolorose.

Mai avrei immaginato di averle.

Respiro, respiro, respiro. Ho respirato troppo, cazzo! Adesso ho mal di testa, sono in iperventilazione.

E’ solo finito un Amore, uno dei tanti amori nel mondo. Solo una storia.

No, la mia era diversa, lui era diverso. Il  nostro rapporto unico.

Mi fa male lo stomaco, non incontrerò più un uomo così.

Lo sai vero di cosa sto parlando.

Mi piace come cammina, come parla, la sua voce! E quei capelli, morbidi ma forti, quando ci infili le mani, il suo modo di ridere.

Che cosa resta alla fine di un Amore? Dolore, panico, senso di abbandono, delusione. Tutto qui?

No, molto di più,  un mondo che emerge.

Sapete cosa si prova quando incontri per la prima volta occhi sconosciuti, ma che tu riconosci? Alcuni lo chiamano colpo di fulmine: non sai chi è, ma da iride a iride quel qualcosa entra dentro e scivola fino a depositarsi in fondo al cuore. Come un fluido caldo e morbido, e crescerà, impregnerà tutto il corpo, farà danzare la mente, scalpitare il cuore. Farà muovere mani e intrecciare corpi.

Quel qualcosa non ha nome, ma è!

Anima gemella? Così mi è stata definita da questa signora di età infinita, che con aria grave cerca di darmi consigli. Cosa ci faccio qui ancora non lo so, ma un’amica è stata così insistente, mi ha detto:“Vai, ha un dono molto grande questa signora, potrà aiutarti in cose che tu non riesci a vedere.”

Sto pensando che forse avrei fatto meglio a spendere questo denaro per altro. Si ricorderà ancora questa signora di che cos’è l’amore? E lo ha mai trovato davvero?

Mi sembra la maga del cartone la Principessa ed il Ranocchio, quella incartapecorita che canta nella foresta e fa magie, battendo con il bastone la testa dei due che sono andati in cerca di risposte e non capiscono l’amore. Io uguale.

Che cos’è un’anima gemella?  Le chiedo.

Spiega la saggia signora che un’anima prima di reincarnarsi, si divide in due o più parti e queste parti tutta la vita cercheranno di ritrovarsi per potersi unire.

La persona che hai davanti, che sta ridendo dentro ai tuoi occhi, ti piace moltissimo perché già la conosci. Ah! Beh, semplice no? Non troppo complicato da capire.

Allora, signora, può spiegarmi perché lui non c’è più?! Mi spieghi perché è tutto FINITO?!!

Dice la saggia che non sempre due anime che sono gemelle e che si sono ritrovate potranno vivere insieme. Ma è l’insegnamento che porta il contatto la cosa più importante.

Basta. Davvero, è troppo, tutto è il contrario di tutto. L’insegnamento? L’insegnamento?

L’unica cosa che ho imparato è che prima ho sempre amato in modo superficiale e sono sempre stata bene. E l’unica volta che ho aperto il cuore e mi sono data, completamente, ho dato tutto il mio essere, la mia essenza, ho dato me stessa ad un’altra persona, è stato il caos.

Io sto male, voglio risposte precise, soluzioni. Spiegazioni razionali che sfamino la mente, coccole che curino il cuore.

“C’è qualcosa che devi capire”. Mi alzo, pago, me ne vado. Se potessi capirlo da sola non sarei venuta qui!

Oggi lui è lontano e se ci penso gli occhi si riempiono di lacrime, ma non le lascio scivolare, respiro, ancora, senza iperventilare.

Com’è potuto accadere?

Scivolo nella prima sera del nostro vero incontro, il nostro primo toccarsi.

 

Pizzeria, amici.

Ho i capelli lunghi, folti, lisci e scuri, che accarezzano sulla schiena un vestito di raso a fiori, stretto, lungo fino al ginocchio,  un fiore rosso dietro all’orecchio, l’ho preso nel vaso sul tavolo.

Lo so che gli piaccio così, so bene che quel fiore avrà un certo effetto su di lui.

Si chiama sesto senso, quello che usiamo sempre all’inizio delle relazioni, poi lo chiudiamo a chiave a doppia mandata, quando invece sarebbe molto utile.

Donne, io dico, piccole fatine stordite, che perdono le ali nella relazione!

Seduta vicino a lui, fremo, non mi interessa la pizza, né le chiacchiere, voglio solo che la cena finisca presto.

Le gambe si sfiorano sotto il tavolo, mi sento un fuoco d’artificio pronto ad esplodere.

E’ ora di andare a casa, ma io non ho la macchina, lui si offre di accompagnarmi. Così voglio che succeda e così è.

L’attrazione fisica è alle stelle, tutti e due molto agitati. Eppure siamo adulti, non alla prima cotta da adolescenti! Ma è come non sapessi più nulla, come se fosse tutto nuovo, reazioni e sensazioni amplificate.

Nessuno dei due parla, ma la macchina è chiaro che si fermerà in un posto tranquillo.

E’ amore, dietro, sul sedile posteriore, lui seduto e io sopra. Le bocche si gustano per la prima volta, il fiore scivola in terra, le sue mani con gentilezza abbassano la cerniera del mio vestito.

E’ così delicato, tutto sparisce, la macchina, il buio. Ma è così forte e con una passione immensa che perdo il senso del tempo e di dove siamo. Solo due corpi che si fondono per diventare uno.

Una fusione completa, come se avessimo ritrovato casa.

Quello che abbiamo provato è stato così speciale ed inaspettato che dopo non abbiamo parole adeguate, non esistono parole così belle e profonde per descrivere cos’è successo.

Solo pupilla dentro pupilla le parole si formano così.

La macchina dell’amore ha inizio. La scatola di colori sgargianti si apre. Le giornate sono più pulite, più vive. Il cibo ha meno fascino, eppure i vent’anni entrambi li abbiamo passati da un po’.

Ma i sintomi sono gli stessi di una ragazzina al primo amore.

Ecco le pennellate d’amore, le sue mail poetiche che mi accarezzano il cuore:

“Due anime gentili vagano per il mondo, per anni, tanti anni. Crescono, imparano, diventano grandi, ma soltanto da fuori. Si incastrano nel mondo che poco ha a che spartire con quello che loro sono realmente. Si incastrano, entrano a far parte della normalità, camminano in mezzo a questo mondo, lo digeriscono ogni giorno, per anni.

Non fa quasi più male, è una scorza dura sul cuore che con  il tempo diventa più spessa e lo isola sempre di più. Finisce però per soffocarlo, il cuore, e allora qualcosa accade.

Le due anime, che si sono sfiorate chissà quante volte neppure accorgendosi l’una dell’altra, si scontrano, con forza, un giorno di foglie secche.

Qualcosa accade.

Riappaiono i colori, la fotografia di loro due si colora, lentamente, iniziando dai bordi, un giorno dopo l’altro.

Le due anime ricordano di essere anche bambini, di non essere in realtà mai cresciuti.

Come i bambini hanno voglia di giocare, di ridere, di nascondersi alla vista degli adulti… e lo fanno, si nascondono, si calano dalla finestra, ognuno dalla propria e si incontrano.

E’ speciale, emozionante.

Si scoprono, si guardano, si toccano, si parlano, si stringono in silenzi lunghissimi.

Ogni incontro è una nuova fotografia.

Poi frettolosamente ritirano i giocattoli e rientrano ognuno nella propria finestra, nel proprio pezzetto di mondo, sognando che un giorno il mondo ritorni ad essere quello vero, quello dell’albero di ciliegie, seduti assieme su di un ramo, con le gambe a penzoloni per una vita intera”.

Solo parole in una mail, ma quanta importanza diamo noi alle parole, come entrano dentro, coccolano, legano. E poi quale uomo, se non uno con una meraviglia dentro può scrivere mail così toccanti?

Il rapporto diventa come un fiore che piano piano sboccia, si rivela di un colore diverso dal bocciolo bianco dell’inizio, ora è fucsia bordato di chiaro.

Gli angoli della bocca sono all’insù, è come essere diventata minuscola e poter entrare dentro di lui, come un piccolo sottomarino che ne esplora le profondità.

Lui mi guarda, non riesce ancora a dirmi che mi ama, ma lo dice con gli occhi. Mentre mi guarda lo sento entrare dentro di me, il cuore si espande. Capisco che non servono parole vere. E’ tutto così chiaro. Mi affido e mi FIDO di me. Sono sicura. Sicura di quello che provo, sicura di quello che prova lui.

Chiamo e risponde sempre, e quanto chiamiamo noi, fatine stordite! Un messaggio e poco dopo il telefono trilla.

Mi dice che gli sembra di avere gli occhi più grandi, non come il lupo di cappuccetto, ma occhi per vedere meglio chi è LUI.

Io sono il suo specchio, ma non lo so. Io sono entrata dentro di lui ed ho visto CHI E’. La sua parte meravigliosa. Continuo a guardare quella perché una donna questo lo sa fare bene e la coltivo.

Lui riesce a vedersi meglio, per la prima volta in tanti anni, riconosce di avere le qualità che io gli mostro, sì proprio così. Lui è un geode di ametista, quelle pietre che a prima vista non sono un granché, se non fossi un esperto le butteresti via, ma dentro ci sono cristalli scintillanti di colore viola intenso e io in questo caso sono l’esperta dell’uomo/geode. Vedo chi può diventare, io lo vedo bene. Ne sono convinta e lo rimando a lui.

E’ tutto perfetto, bello, intenso, ma non comprendo che l’energia dell’amore, che impiego nel rapporto, va a lui e fa sì che tutto proceda in modo meraviglioso.

Ma i mesi passano, scorre l’anno e piano piano i colori sono meno vivi. Colano lentamente come un trucco dopo una nottata vagabonda. Qualcosa non ha funzionato.

La fiducia in lui, in quello che prova, sparisce, la fiducia in me si azzera, si scioglie come una medusa al sole sulla spiaggia. Un attimo prima c’è e poi non c’è più nulla.

Non importa chi tu sia, che lavoro tu faccia. Se è finito un amore, la cantina dentro di te è il posto in cui sei, esattamente come me. In una cazzo di cantina che nemmeno sapevo esistesse.

Eppure attorno a me non è cambiato nulla, è tutto come prima. Ma i miei occhi non percepiscono più così, mi sembra che tutto abbia meno valore, che sia meno interessante, il mio lavoro che tanto amo, i miei amici. Non riesco, la mia mente è focalizzata su quell’uomo e sul volerlo.

Io non sapevo esistesse un dolore così profondo, così grande. Che riempie gli occhi, chiude la gola, stringe il cuore.

Dov’è finita la magia?

“L’hai fatta tu!” mi dice questo famoso sciamano che ho davanti.

Davvero? Allora perché non c’è più?

Lui ride. Ma cosa ride questo qui? Ho fatto quattrocento chilometri per venire da lui e avere un parere su questo dolore che non se ne vuole andare, io non so più come fare, non funziona niente e quello che mi dice è che ho costruito tutto io.

Ride, ancora, davanti alla mia bocca spalancata che non osa dire la parola che penso!

E’ sud-americano, basso, con un grande carisma. Quando ride, posso ammirare i denti forti, sono molto più grandi dei miei, spessi quasi il doppio. Per un attimo mi perdo in quella bocca così enorme e carnosa che produce risate sonore.

Noto che ha una sciarpina intorno al collo sulla pelle color rame, mentre gli chiedo perché proprio quell’uomo, che è impossibile per me, lui me lo sa dire?

Mi alzo, mi avvicino, prendo i due estremi della sciarpina e li tiro, in modo da soffocarlo, poi li infilo nella sua grande bocca aperta al riso.

“Adesso hai ancora voglia di ridere?”.

Sì, ancora sorride. Era la mia immaginazione, sono ancora seduta davanti a lui, gambe incrociate. Testa bassa, occhi pronti a rovesciare il torrente.

Sono sempre stata scettica, su cose che non sono razionali, quelle definite “strane” ma, ora che il dolore mi rallenta, come se stessi nuotando in un lago di melassa, sarei disposta ad andare in qualunque posto per trovare qualcuno che allenti questo miscuglio di sentimenti, arrotolati in una matassa come vermi viscidi.

Lo sciamano mi sta spiegando che siamo molto diversi, l’uomo e la donna sono due mondi diversissimi, ma complementari.

La donna è come una bolla piena d’amore che contiene una bolla più piccola che è la sessualità, noi partiamo dalla bolla grande per andare verso la piccola, mentre l’uomo fa il percorso contrario, inizia dalla bolla piccola, la sessualità, e va verso quella grande, l’amore. Ci vuole tempo, non è come per noi. Questo è necessario comprenderlo.

Non presupporre nulla, mi raccomanda, cerca di vedere le cose per quello che sono, senza costruire fantasie, senza tragedia, senza supportare i tuoi pensieri con false credenze che ti sono state appiccicate.

Ogni persona che incontri è un Angelo. Ricorda questo.  Leggi “La piccola anima ed il sole”.

Oggi non funziona più la tua relazione. Lascia perdere, coltiva la pazienza, adesso non è il tempo giusto, tira fuori la donna guerriera che c’è dentro di te, tu hai un grande potere, come tutte le donne, hai potere della Dea Kalì, ricorda, quando la Dea Kalì danza tutta la terra trema. Ma questo grande potere che hai, se non compreso, porta alla distruzione.

Ricorda soprattutto questo.

Quando avrai scelto la donna guerriera, ritrova quell’uomo e prova a riprenderlo.

L’amore non dipende dal verificarsi di determinate condizioni. Al contrario, determinate condizioni si verificano come risultato dell’amore.

Allora dovrei resistere, non fare quello che d’istinto farei.

Chiamarlo, ad esempio, perché non può finire così. Perché è impossibile pensare di non vederlo più.

E’ orribile il pensiero che non senti più la sua voce, non appiccichi più la bocca contro la sua. Eccole nuovamente le lacrime.

Gli angoli della bocca si incurvano, in una piccola smorfia. Sembra che tutto perda colore. Lui era la mia scatola di colori sgargianti. Un vento fresco che mi puliva dentro.

D’accordo, lo sciamano è una persona per bene, saggio e corretto, rigoroso, mi ha dato ottimi consigli.

Ha ragione,  se guardo con attenzione, sono in un piccolo stagno che si è formato dopo una rara pioggia nella savana. Se esco fuori e mi guardo dall’alto, vedrò che sono solo in una piccola pozzanghera, non naturale, un rimasuglio di pioggia nel segno di una gomma di un fuoristrada. Se mi arrampico sul baobab lì vicino, vedrò meglio dove sono e che se mi alzo l’acqua arriva alle caviglie. Vero. Ma quanto è faticoso alzarsi da una pozzanghera,  quando la vedi con gli occhi, ma non la senti con il cuore. Quando è la mente a comandare e ti fa infilare in stradine buie, paurose e tristi…

 

UN ANNO E MEZZO PRIMA

“Ciao, sono Anna, per favore passa da Nicola, pare che ieri sera si sia sentito male, ambulanza, ospedale. Adesso è a casa, dice tutto a posto, lui. Ma io non mi fido, sono a Parigi da Francesca,  puoi passare tu?”

“Finisco questi bozzetti e passo, un bacio”

Anna, io la chiamo la Surfista: tre figli, un ex marito sempre in viaggio e un lavoro da manager in una multinazionale. Si occupa del reparto marketing, prodotti per bambini. Io sono un’illustratrice, spesso lavoriamo insieme per le campagne pubblicitarie.

Ha una sorella, Francesca, medico a Parigi.

Spesso le chiedo come fa a gestire tutto, la sua vita mi sembra un mare in continua tempesta. Lei “surfa”, scivola sulle onde della vita, con facilità, non si ammala mai, mai un raffreddore, un’influenzina e mi sembra serena. E quando accade qualcosa, semplicemente prende un surf più grande per scivolare meglio sui cavalloni enormi!

Ha scelto la carriera, l’amore uno, una volta. Andato. Adesso la sua passione sono i figli e il suo lavoro, ma sono aperta, dice, sono sicura che arriverà un uomo speciale!

Nicola, il fratello di Anna, pittore genio sregolato. Per giorni e settimane non lavora, cucina piatti elaborati per amici, organizza cene divertenti con persone simpatiche ed acute, va camminare in montagna con qualunque tempo. Poi, come un tornado, arriva l’ispirazione e per giorni e settimane dipinge come un pazzo, dimenticandosi spesso di mangiare e dormendo poco.

Quando sono arrivata Nicola non era solo, c’era questo Lorenzo, un curacuori, in gergo tecnico un cardiochirurgo. Era stato lui a visitarlo ed erano diventati amici, Nicola è esplosivo, difficile non rimanere affascinati.

Era collassato su di un quadro formato tre per tre, finendo in terra con il viso incollato alla tela, era arrivato in pronto soccorso con il viso pieno di colori ad olio e i vestiti diventati arcobaleno!

Era stato rispedito a casa dopo qualche ora, con la raccomandazione di regolare i ritmi sonno/veglia e di curare l’alimentazione.

Ed eccomi lì, seduta sul divano vicino al curacuori, sorridente come un’ebete. Mi era piaciuto subito, il suo sorriso, i suoi capelli così folti. La sua risata. I suoi denti. Era stato facile entrare in contatto con lui.

Avevamo lo stesso modo di scherzare, di ridere, conversare con lui era bellissimo.

Dal quel giorno ci eravamo visti molte volte, sempre a casa di Nicola, poi nel bar sotto il mio studio.

Lorenzo si sarebbe sposato tra otto mesi, lo sapevo dalla prima sera in cui l’avevo conosciuto. Era stato chiaro, limpido, corretto. Si sposava con una compagna di Università incontrata nuovamente anni dopo. Tanti auguri.  Erano insieme da tre anni. Ma io cercavo nuove amicizie, niente più, anche io ero fidanzata, sì, mi piaceva, ma non volevo nulla. Forse spezzare un po’ la routine, dopo un rapporto di quattro anni.

E’ iniziata per gioco, per divertimento, qualche mail simpatica. E Dio solo sa quanto io sia simpatica! Niente di male, che c’è di male in qualche mail?

E così, una mail, dieci mail, cento mail. Per un po’ di tempo avevamo fatto finta di nulla, come se a entrambi bastassero quelle mail, avevamo messo da parte il coup de foudre, come dicono i francesi.

Qualche telefonata, qualche risata davanti ad un caffè, ma poi la passione era esplosa, era diventata così densa che si sarebbe potuta tagliare con un coltello, tanto era compatta e solida.

Era diventato un sogno notturno ricorrente, il primo pensiero al mattino, l’ultimo prima di dormire.

C’era stata la serata in pizzeria.

Io avevo lasciato il mio compagno.

Va bene, basta scivolare nei ricordi, andare indietro. Non ho mai avuto difficoltà con gli uomini, chi sarà mai questo.

Perché non riesco ad uscirne, perché non ho più gli angoli della bocca all’insù?

Ho un temporale continuo dentro, vorrei dare tutta la colpa a lui.

Vorrei aprire una porticina nella mia testa e fare uscire il suo ricordo.

Questa volta non è così facile, questa volta ci siamo esplorati a vicenda. Non lo sapevo prima che ci si potesse toccare dentro, accarezzare il cuore con le dita, non lo avevo mai provato. Ridere dentro la bocca di un altro. Non avevo mai compreso che cosa volesse dire trovare casa nel corpo di un altro. Oggi lo so.

Questa volta è diverso. E’stato Amore, Amore Profondo.

Sto finendo di disegnare un bosco, ho creato dei personaggi simpatici, una donna si è inventata un popolo dispettoso che vive nei sotterranei di un bosco.

Mi appoggio allo schienale della sedia,  poso la matita, chiudo gli occhi.

E’ un bosco, è estate, abbiamo lasciato la macchina sul ciglio della strada sterrata. Ci siamo arrampicati in cima alla collina di castagni. Una coperta stesa a terra, due piccole candele, alcuni panini.

Le bocche piene di risate, perché viaggiamo sulla stessa lunghezza d’onda. Ci capiamo immediatamente. Lui è super attrezzato, una pila, un maglione in più anche per me, un thermos di caffè. Io ho un vestito rosso e scarpette verdi di vernice con tanto di tacco. Mi guarda e ride, sì lo so, forse non è l’abbigliamento giusto, ma tanto non dobbiamo camminare! Ed ho così voglia di essere bella per lui.

E’ il suo compleanno e ho una meravigliosa maglia da regalare, no, non è reale, sono parole su un foglio di carta:

“Prendi questo riccio, dentro troverai una maglietta, sembra minuscola ma vedrai che indossandola ti calzerà perfettamente. E’ leggerissima, quasi trasparente, fresca di giorno quando il sole urla e fa sentire tutto il suo potere, calda di notte quando il deserto rimane senza il suo padrone. E’ tessuta con fili speciali, fili di bene, caldi di amore, fili di tenerezza, di gioia, passione, fili di carezze, risate, fili di baci freschi, fili di ammirazione per quello che sei, di coraggio e infine un solo filo d’oro di piccola follia. Indossala, ti sentirai bene, si adatterà a tutti gli umori tuoi, quando sarà sulla tua pelle creerà me. Entrerò piano, piccolissima, pochi centimetri, dentro il tuo cuore. Appoggia la tua mano destra proprio al centro del petto, sentirai la mia e saprai chi sono per te”.

Lui si commuove, gli occhi lucidi, ma è un uomo e trattiene. Io lo sento, c’è un amore profondo che scorre. Mi siedo tra le sue gambe, la schiena appoggiata al suo petto, sta diventando buio, piccole lucciole si avvicinano, è come essere finiti in un bosco della Disney! E’ magia vera! E’ tutto vero, e’ come avere un caldo liquido che scorre nel corpo, un cuore gonfio come un palloncino pronto per esplodere, teso ed enorme!

Il sorriso è goduto come quello che ho letto tanto volte nei libri, in quei romanzi che tanto ho amato, ma questa volta tocca a me, è tutto vero.

Mi giro lo guardo negli occhi, non c’è parola al mondo che sia adeguata per quello che c’è in questo momento. Lo bacio, sento le labbra calde e morbide, casa mia. Ecco dov’è la mia casa. Infilo la testa tra il collo e la spalla e annuso la sua pelle.

Facciamo l’amore profondamente, in mezzo alle lucciole, agli alberi di castagno ormai scuri e ai suoni. Sì, anche ai ricci, quelli veri, che ogni tanto infilano un pezzettino di pelle scoperta. Si CHIAMA AMORE, AMORE PURO.

E allora dov’è finito? Dove-diavolo- è-finito? Dove siamo andati noi due?

E’ la follia di avere una mente ristretta! La stupidità della non comprensione di una fine! Non possibile, non entra nel cervello, è una sbarra di titanio che non fa entrare le parole: fine di un amore.

 

QUATTROCENTO CHILOMETRI, HO DAVANTI A ME LO SCIAMANO.

“Sto ancora male”, mi presento così.

“Perché tu vuoi stare male, sei ancora attaccata a una cosa che non esiste più, ma non vuoi capire, sei seduta in un angolo come una finta mendicante, tendi la mano e mendichi amore.” Sospira.

“TU CERCHI AMORE FUORI, PERCHE’ NON LO HAI DENTRO!Torna dentro di te, domandati:chi si prende cura di me? chi mi rispetta? quando ho bisogno, io ci sono per me? Non posso spiegarti ciò che oggi non sei pronta ad ascoltare, sarebbe come parlare in un canyon, mi arriverebbe l’eco, dentro di te non entrerebbe una parola”.

Piango.

“Bella donna, vedo che c’è molto amore dentro di te, e vedo che anche quell’uomo ti ha amata molto, ma ora non è tempo, tu devi comprendere, lui ti ha mostrato una cosa di te, devi lasciare il controllo, contattare la passione, la passione è tua, io non ho più tempo”.

Sono parole sagge, che mi risuonano dentro, come una verità antica che conosco da sempre.

Ma la mia resistenza è grande, è troppo faticoso, dovrei smontare tutte le mie credenze, tutti i valori che mi sono stati infilati dentro. Dovrei cambiare la maggior parte dei miei pensieri. Con pazienza.

Ma pazientare, coltivare la pazienza, è troppo lento per me! Non ho più tempo per pazientare nel dolore.

Accelerare è la parola d’ordine giusta per me! ACCELERARE, VIA DAL DOLORE IN FRETTA, ORA, SUBITO.

Ecco la ricetta che funge da medicina, mi aiuto da sola, un desiderio di materia, da aspettare, una borsa preziosa, tra un mese andrò a Parigi per presentare le bozze di una campagna per una linea di abbigliamento per bambini, la comprerò. E’ un desiderio che si trasforma in ossessione, vuole scacciare l’ossessione e il desiderio di Lui.

Seduta a gambe incrociate sul letto, la guardo su internet, è bellissima, sono sicura che se riesco ad acquistare quella borsa, e se imparerò a respirare meglio, io starò meglio. Si chiama Mahina, la borsa, solo il nome mi fa sentire bene. Sa di libertà, di terre lontane. La desidero come un amuleto, che può scacciare e proteggere.

Il prezzo non è certo per le mie tasche. Ma sono pronta a risparmiare in modo adeguato: la prenderò. Io la voglio. La comprerò. Perché un gioiello simile non potrà che far gioire il mio cuore. Mi sento meglio, in effetti ho la sensazione di essere più leggera. Bene, lo racconterò ad Anna, la mia amica, mi sta aspettando al parco per pranzare insieme.

Stringo i denti, mi siedo sul bordo del letto. Mi lascio andare indietro, sprofondare nel materasso, mentre le lacrime colano ai lati degli occhi e si infilano nelle orecchie. Magari bastasse tappare le orecchie per non sentire il dolore al petto. Accidenti è come stare su un ottovolante, sei su, sei giù. Cibo, parco, mi ha fatto ricordare. Il signor tempo ha chiuso la porta dell’estate, quella verde e blu, e ha aperto quella dell’autunno, marrone e rosso scuro.

Lorenzo è tornato da un congresso. Immagino non abbia nulla nel frigo. Mi fa tenerezza, ecco la mia parte di mamma.

La mia mente si mette all’opera, dà la mano alla fantasia in una indissolubile meravigliosa idea. Un pranzetto speciale. Cucino bene, io.

Un filetto di orata appena pescata, lo cucino in forno con un pezzo di zenzero fresco, tagliato a spicchi, aglio e aghi di rosmarino, accarezzato da un filo d’olio.

Un’insalatina fresca come antipasto, lattuga e quell’altra di cui non ricordo mai il nome, di colore quasi violaceo, fiori di rosmarino che sembrano piccole orchidee e semi di sesamo tostati. Il condimento a base di olio e senape a parte, ovviamente, non voglio certo che l’insalatina si cuocia. E’ per Monsieur Le Prince.

Lamponi tardivi, li ho scovati in un piccolo fruttivendolo in città, dolcissimi, mi hanno assicurato. Li lavo e li metto delicatamente in uno dei barattoli di plastica trasparente che ho comprato appositamente per questo pranzo-sorpresa. Su ogni barattolo attacco un adesivo di feltro, sa di casa, morbido e colorato, proprio sul tappo.

Impilo tutto in una borsa di carta con le maniglie, chiudo con la pinzatrice, due fiocchi di rafia verde e lilla. Ho fatto tutto con molto amore, mi sento bene. Soddisfatta e serena.

Voglio mettere il sacchetto in un posto speciale. C’è un parco vicino al suo studio, molto bello adesso che gli alberi stanno cambiando colore. Lo metterò ai piedi di un albero.

Adoro gli alberi, radici ben piantate in terra e rami protratti verso il blu del cielo. Esattamente come dovremmo essere noi, ferme con i piedi infilati nella terra, radicate! Ma con i nostri progetti espansi verso il cielo. E’ un sacchetto d’amore, pieno zeppo, grondante di amore che provo per lui. Ne è intriso, gocciola calore.

Lui lo sente, ne è toccato. Mai nessuno gli ha lasciato un sacchetto così. Lo stupisco, gli accarezzo il cuore con un soffio d’aria tiepida. Allargo dolcemente la cintura che stringe il suo petto. Non ha mai aperto così. So che ha paura.

Lo aiuto ad esprimere quello che prova, lo so, non è facile. Noi donne siamo bocche piene di parole dolci, di ti voglio benee amoreche sgomitano per chi esce prima. Lui no, è troppo. Ma poi lo fa.

Il primo sms con un TI VOGLIO BENE, mi fa l’effetto di un Prozac, su in alto.

E’ solo un ti voglio bene, io ne ho già scritti decine, ma per lui è il primo. Ed è un mondo. Mi dà una dolcezza infinita, mi apre il cuore. Sento quell’amore traboccante che è così grande che non so come gestirlo, come controllarlo.

Poi un giorno sparisce, come una bolla di sapone. Pfuuu!

La borsa Mahina è ormai diventata il mio chiodo fisso, la guardo tutti i giorni, ne ammiro i particolari. Me la gusto come se fosse già sulla mia spalla. L’ossessione che prende il posto di Lui.

Finalmente sono a Parigi, è primavera. Profuma di fiori che sbocciano colorati in ogni aiuola. Sono le quattro meno dieci. Pochi minuti e ho finito la riunione con i grandi capi, solo un giorno e mezzo ma abbastanza per soddisfare quello che è diventato il mio salvacuore.

Champs Elisée, sono davanti al negozio di Vuitton, sono emozionata. Spingo la porta con le iniziali dorate ed entro.

Non voglio vedere nessuna altra borsa, voglio la mia. Io so cosa voglio, Mahina color tortora. La commessa la vuole inscatolare. Non ci pensare nemmeno, la metto subito.

Merci Madame!

Eccomi uscire fiera, testa alta e borsa in spalla, è bellissima, ne accarezzo la pelle morbida con la mano. Le impunture delicate sotto i polpastrelli, le cuciture fatte a mano.

Angoli della bocca all’insù e cammino. Mi sento forte, quasi serena, oso pensare.

Prendo un taxi e mi avvicino all’Ile Saint-Louis: è così graziosa, piccolina, piena di suoni e di colori. Imbocco una delle stradine, ai lati vetrine addobbate con ogni genere di mercanzia. Sono attratta da una vetrina piena di pietre colorate, collane e geodi. Entro dentro il negozio, è così piccolino, ma ogni spazio è occupato dalle pietre semipreziose.

Ne sono affascinata, le prendo in mano e sento che dentro di me qualcosa accade, un piccolo calore, proprio al centro del cuore. E’ quasi un’emozione godereccia, qualcosa di molto bello che mi esplode dentro. Ne tocco altre, le guardo, le rigiro tra le mie mani. Alcune sono lisce, sono state trattate, burattate è la parola esatta del proprietario. Vengono messe grezze dentro ad una macchina insieme ad acqua e polveri e da grezze e opache diventano lisce e lucide.

Le trovo meravigliose, sembrano caramelle, i colori sono incredibilmente luminosi. Profondi, striati cangianti, con oro. Non so quale scegliere, non le conosco, mi affido al tatto. Una rosa, grande, semitrasparente, attira la mia attenzione, sembra una montagna in miniatura, con la punta arrotondata. E’ un quarzo rosa, il proprietario è innamorato delle pietre e mi spiega che ognuna di esse ha caratteristiche particolari, quella che ho scelto io serve per il cuore, per il chackra del cuore. Questa poi! Scherzando gli chiedo se ne ha una più grande, magari da attaccare al collo, si sa mai che io voglia fare un bagno nella Senna e sprofondare!!!

Mi guarda con disappunto, parbleau! Roba seria, ma sapesse lui quanto ha bisogno il mio cuore di un balsamo, di qualcosa che sciolga quel filo nero che si sta attorcigliando attorno e lo stringe, lo indurisce. Di una qualsiasi cosa, di una cavolo di pastiglia da prendere la sera, magari di luna piena, il venerdì, da tenere sotto la lingua fino a scioglimento. Per svegliarsi il mattino dopo in perfetta salute emotiva, ricordando con dolcezza un grande amore, con la serenità della fine.

Parigi, accidenti, ci eravamo stati, in un alberghetto piccolissimo, proprio qui vicino, corpi intrecciati sotto un piumone grandissimo, in una camera nel sottotetto, mangiando schifezze e facendo le briciole nel letto, di ritorno dalla Gare d’Orsay, chiacchierando dei quadri che lui non capiva e io spiegavo, dalla finestra le luci della città, il suo rumore più in basso, le voci delle altre camere, lontane e confortanti, come nell’ovatta.

Notte, Fatina, addormentiamoci così stretti, diceva.

Mi appoggio al ponte, la Senna scorre verde scura, il dolore arriva, nuovamente, ancora. Tocco la borsa, ma il suo effetto è già svanito, una boccata di luce che è durata un’ora. Ma com’è possibile, anelata per mesi. Sorpresa! Quello che veramente vogliamo non è mai una cosa materiale.

Nel sacchetto ho le pietre, prendo il quarzo rosa, lo appoggio alla bocca. E’ fresco. Lo prego di prendere questo mio dolore, di aiutarmi, non lo voglio più.

Ho provato qualsiasi cosa che potesse aiutarmi, gocce, meditazione, consigli, pietre curative.

Niente, rimango in cantina, ne ho aperto la porta, vedo la luce in alto, ma sono ancora seduta nel buio.

Fa male, non è vero? Ma se ti chiedono dove? Non saprei dire con esattezza, è una sensazione strana, fa male da tutte le parti, un malessere diffuso. Il cuore, pesante, la gola stretta, è in tutto il corpo, difficile da isolare.

Vorrei avere una spugna dorata da passarmi sulla pelle per lavare via la pesantezza. E’ una stanchezza fisica, non ho voglia di fare niente, solo di sdraiarmi sul letto con la mente che vaga nei ricordi.

 

Sono i primi di settembre, sono senza fiato. Butto lo zaino in terra, mentre lui arriva correndo e mi spinge nell’erba. Bocca su bocca, infilo le mani nei suoi capelli morbidi. Il sole è alto, caldo e luminoso.

Una grande quercia maestosa, solitaria a pochi metri da noi. Stendiamo una coperta, si sentono i campanacci delle mucche che pascolano nei prati più alti. Lo guardo.

Si apre la mia bocca:”Non so cosa sia, è così grande , enorme, credo che solo il tempo dirà cos’è”.

“Cosa vuoi che sia?!”, mi risponde emozionato, “… è Amorissimo”. Rido, sì, è Amorissimo, la passione ci avvolge nella coperta, sperando che il signore con le mucche non scenda proprio ora, sarebbe imbarazzante.

Ci sposiamo, come i bambini, sotto un tetto di betulle con due anelli di fiori.

 

Ho sbagliato? Non era Amore? Era un’illusione.

 

PARIGI CINQUE ANNI DOPO

Correvo, gli occhiali che mi scivolavano sul naso, ero arrivata a Parigi con un ritardo di un’ora.

“Taxi! Rue Saint Honoré”, per favore.

Ero arrivata, ma avevo perso l’indirizzo, segnato di fretta su un foglietto messo nel portafogli, che poi ovviamente era scivolato fuori non so quando. Avevo ricordato la via ma non il numero. Con il cellulare in bocca – il corpo piegato lateralmente per il peso del borsone e della cartella con tutti i miei disegni – pagavo il tassista.

Anna mi aveva proposto un lavoro diverso: c’era un signore, amico di sua sorella Francesca, che stava aprendo un grande resort in Namibia. Era un amante della natura e voleva che qualcuno progettasse un logo, ma non con le tecnologie, diceva lui, di Lucifero. Voleva un simbolo che rappresentasse la natura selvaggia, fatto con le mani, pensato, creato e disegnato con matite naturali, colori di vento, aggiungo io.

Mi aveva mandato una mail, spiegandomi il suo progetto. Io avevo creato la fusione dei quattro elementi, ELEMENTS era diventato il nome del resort. Adesso mi stava aspettando a casa sua.

Finalmente Anna rispondeva.

“Numero civico di Pierre, Anna, svelta, svelta..”

“Non cambi mai”, ridendo.

Eccomi davanti alla sua porta, grande, di legno scuro, un profumo antico di cera, riempiva la soglia di casa.

Aveva aperto la porta un omone enorme, con i capelli neri, lunghi fino alla vita, raccolti con cura in una treccia lucente, che mi sembrava forte e solida, come se avessi potuto usarla come una corda per salvarmi.

Raperonzolo al femminile! Che stupida, smettila, mi rimproveravo. Amo i cartoni animati, è facile per me trovare nel mondo reale i personaggi delle schermo.

A prima vista sembrava un nativo americano, ma in realtà era francese.

Il logo ed il nome del resort gli erano piaciuti, aveva preso tra le mani i miei disegni, li aveva toccati, passando delicatamente i palmi sulle linee morbide e sui colori di vento, li aveva annusati, messi contro luce, poi aveva chiuso gli occhi per qualche istante.

Mi aveva guardata, sorriso.

“E’ esattamente quello che volevo, ma non sapevo tradurlo in materia, c’è passione in questo logo, contatto con la natura. Merci, hai fatto scorrere bene la linea della creazione dal cuore alla mano.”

Con un bicchiere di vino bianco in mano, seduta comodamente sul suo divano, avevo accettato il suo invito a cena, attendeva due persone, Francesca, la sorella di Anna, che voleva salutarmi e un suo collega.

Alle 20,30 entrava nuovamente nella mia vita… lui, Lorenzo.

Erano cinque anni che non avevo notizie né contatti.

La mia bocca era rimasta chiusa, ermeticamente chiusa. Il mio cuore aveva mancato qualche battito, come in apnea cardiocircolatoria, e poi come un cavallo selvaggio finalmente lasciato libero nella prateria aveva iniziato a battere forte, in tachicardia, mi sembrava fosse fuori dal corpo, avrei forse potuto prenderlo in mano. La mia cassa toracica era troppo stretta per il cavallo selvaggio.

Lui era lì, davanti a me, i suoi meravigliosi capelli arricchiti d’argento, piccole stradine attorno agli occhi, ma era lui esattamente come lo ricordavo.

Cinque anni ed era come se fosse finito tutto il giorno prima, cinque anni cancellati nell’aprirsi di una porta parigina.

Quello che provavo per lui era intatto e lì, nei pochi centimetri tra di noi, tutto quello che avevo costruito, la mia famiglia, tutto era stato disintegrato dall’aprirsi di quella porta. Tutto quello che avevo cercato di tenere in piedi in questi anni, l’amore coltivato con mio marito, il rispetto, si era sbriciolato come un castello di sabbia costruito con tanta cura, ma che si distrugge nella prima onda che si spinge più lontana sulla battigia.

Perché non ha fondamenta.

In quel momento mi sono resa conto che il mio amore era lì, davanti a me.

Il mio matrimonio era stato costruito con cura, con attenzione, secondo i dogmi e le regole della società, con pazienza, ma “costruito” e non era quell’amore che io avevo conosciuto.

Francesca, gli occhi sbarrati, no, lei non poteva sapere chi era lui per me.

Pierre, divertito, aveva accelerato la cena.

Era stata una serata incredibile, in un tempo che si dilatava, gli occhi non si erano lasciati per un attimo, il mio corpo vibrava.

Mi aveva chiesto dove alloggiavo e mi aveva accompagnata in taxi all’hotel, mentre Parigi brillava nella tiepida e dolce sera primaverile.

Cinque minuti era stato il tempo concesso alla buona educazione nella hall, per poi prendere l’ascensore e finire in camera mia, abbracciati nel letto.

Ero tornata a casa. Sperimentavo ancora una volta la sensazione di fusione.

Avevo pianto, un lungo pianto liberatorio, come se il ghiaccio attorno al mio cuore avesse iniziato a sciogliersi.

Si era sposato un anno dopo la fine del nostro rapporto, aveva avuto una bambina che adesso aveva tre anni, un anno in più di mio figlio.

Si era sposato, esattamente come me, e come  me aveva costruito un amore sicuro, dove poteva gestire e controllare i suoi sentimenti.

Il nostro amore, aveva spaventato entrambi, troppo grande, troppo sconosciuto, senza CONTROLLO, troppa passione, troppo da cambiare. Tutto troppo, nessuno dei due era pronto.

Per primo, lui aveva scelto un amore più in superficie dove non era necessario scendere nella profondità del cuore, dove non aveva dovuto faticare né porsi quesiti sulla qualità dei sentimenti, su quanto amava, in quale parte del corpo lo sentiva, dove la domanda “sono felice?” non era mai stata pensata.

Ma il vuoto lasciato da “quel noi” non lo aveva colmato nemmeno lui. Si era reso conto nel tempo di quello che avevamo vissuto. Quando ami una volta per davvero, lo sai.

Un sentimento speciale, così grande, non si può costruire, arriva. Era un amore grande e puro.

E’ così eravamo da capo, stessa profondità, ma con una vita più complessa, un marito, una moglie, due figli.

Ma la vita, il destino, aveva organizzato per noi un’altra occasione. Un altro bivio sulla strada.

Adesso non potevamo più fare finta di non sapere, agire come prima, come due ragazzini impauriti e senza coraggio. Era ora di imboccare il bivio giusto.

Quattro mesi dopo eravamo insieme.

Questa volta avevamo annientato i dogmi, distrutto il perbenismo voluto dalla società, questa volta avevamo aperto il cuore e affrontato le NOSTRE PAURE, liberato il CORAGGIO.

Era impossibile non volere “noi”, e così avevamo messo insieme le nostre due famiglie.

 

CALA DI BENIRRAS, SPAGNA, OGGI

L’aria calda, profumata di oli solari e lozioni luminose per capelli, muove le fronde dell’ombrellone. Il mare è verde intenso, così trasparente che, anche seduta sulla sdraio, posso vedere le pietre sul fondo e i piccoli pesci argento che si muovono veloci.

Nel centro di questa piccola caletta, c’è quella roccia famosa e tanto cara agli hippies, per la sua forma è chiamata “il dito di Dio”.

Penso che con noi Dio è stato generoso e accomodante, ci ha concesso un’altra occasione.

Guardo Agata, ha un anno e mezzo, ha il succhiotto in bocca e si trascina dietro quello che lei chiama Pocio, è un pupazzetto con la testa di mucca e il corpo fatto di quattro petali di ciniglia colorati, che si passa sul naso e sulle orecchie,  è la sua consolazione per la notte quando deve dormire nel lettino “sciola”, come dice lei, ed è una coccola per il giorno quando è stanca.

Si sta arrampicando sul suo papà, mentre i suoi fratelli giocano nell’acqua.

Lorenzo la accoglie tra le braccia, le bacia il nasino, poi la stringe forte.

Che buffo, anni fa, quando sarebbe stato più facile, quando eravamo più liberi, senza figli, non avevamo avuto il CORAGGIO, questa volta invece abbiamo unito due famiglie, nel miglior modo possibile.

E’ perfetto adesso? No, non lo è.

E’ facile? Non sempre.

Ma c’è una base solida, è come avere un’ancora enorme posata sul fondo, i venti possono far barcollare la nave, sbatterla a destra e sinistra, ma non la distruggono. E’ come una casa di legno, costruita sul cemento armato, i venti e gli uragani possono portare via le travi in legno e le finestre, i mobili, ma le fondamenta rimangono solide.

Noi due siamo quell’ancora, quelle fondamenta.

Agata è nata nove mesi dopo aver preso casa insieme, in un pomeriggio d’estate.

E’ nata in casa, nel salotto, sul tappeto coperto di teli bianchi, le finestre spalancate sul giardino, le tende in dolce movimento per il vento saturo di gelsomino, le note di Sting, Field Of Gold, riempivano l’aria di dolcezza.

Io accovacciata in terra, l’ostetrica scandiva con lentezza i tempi delle mie spinte, lui davanti a me, inginocchiato, con le lacrime agli occhi, diceva:“Forza Amore spingi, ancora una spinta amore, ancora una e la nostra stella arriva.”

Agata, come la prima pietra che mi aveva regalato, molti anni prima, fatta a cuore.

Agata che suona tanto come Agharta, come la meravigliosa terra di luce e armonia, che si dice sia sotto i nostri piedi nel ventre di madre terra.

Agata era cresciuta dentro di me, davvero come una stella, era stato il regalo dell’universo, per noi due, per aver avuto il coraggio di unirci, per aver avuto il coraggio di vivere quell’amore profondo.

Un bel finale non è vero? Tanta fatica, tanto dolore, tanto coraggio occorso, ma poi il lieto fine. Vi piace?

 

Avrebbe potuto andare così.

 

MA A PARIGI IO NON SONO MAI ARRIVATA!

La mia amica Anna, non ha potuto propormi quel lavoro, lo ha proposto ad un’altra illustratrice. Lo voleva dare a me, ma non ha potuto, io ero malata, in quel momento ero in ospedale, a guardare dalla finestra la fine dell’estate, le rondini che volavano nel parco dell’ospedale, pronte per migrare nelle terre delle spezie.

Era la mia ultima settimana, sarei partita sette giorni dopo, in casa mia, nel mio letto,

con le mie più care amiche che mi leggevano il Bardo, il libro dei morti.

I miei genitori straziati dal dolore, mio figlio nella camera accanto che costruiva un aereo con i lego, mio marito annientato.

Mia nonna, anni prima, mi diceva di non disperarmi per quell’amore, di guardare quello che avevo, il mio fidanzato, di apprezzare ciò che c’era. Farfalle in testa, quello avevo! E di non farla troppo lunga, che di amore non si muore, non è mai morto nessuno, che lei sapesse, per amore.

Quindi, quando è successo a me, ho pensato di essere la prima, ma poi ho VISTO ed ho compreso. No, non ero lo prima, non sarei stata l’ultima.

Quando sono arrivata qui, mi hanno accolta con amore infinito, niente dolore, niente attaccamento per ciò che avevo lasciato. Solo luce e perfezione.

Mi hanno fatto vedere la mia vita, quella di Parigi e tutto il dopo, tutta quanta la mia vita, i miei figli, la loro crescita, il mio lavoro pieno di passione e creatività, Lorenzo, il suo lavoro, le sue scoperte, i suoi successi, tutte le gioie insieme alle preoccupazioni che avremmo vissuto insieme.

Era una bella vita, vera, sincera, profonda. IMPASTATA CON L’AMORE.

Ma non c’è stato niente di tutto questo, non è mai accaduto, è volato via.

Già, io non ho scelto l’amore, ho scelto il lavoro. Non ho scelto l’aiuto di tutti quegli angeli che mi erano passati accanto, dalla donna anziana incartapecorita, allo sciamano, alle amiche, non avevo compreso il messaggio di Anna, ho scelto il lavoro MA SONO APERTA!. Ognuno di loro mi aveva messo davanti ad un bivio ed io avevo sempre scelto quello sbagliato.

Io non ho scelto di rompere gli schemi. Io non ho scelto di iniziare ad amare me.

Mi sono fatta una iniezione enorme dentro al cuore, un ago lungo e grande che ha passato pelle, muscoli, tessuti fino a iniettare nel pericardio un veleno indurente.

L’amore non era più stato così fondamentale.

Quando guardavo Lorenzo, mi si riempivano gli occhi di lacrime, tanto lo amavo, l’altamarea negli occhi, come diceva lui.

Ma nonostante ci amassimo molto, entrambi avevamo scelto bivi sbagliati, altro.

Le mie illustrazioni così brillanti e vive avevano perso colore, forma, senza passione erano solo colori opachi senza emozioni. Scoloriti come il mio cuore.

Io non ho scelto la passione, io non ho compreso e non mi sono accorta del mio corpo che chiedeva aiuto.

Chi sono oggi? Sono quello che alcuni di voi chiamerebbero angelo e alcuni più precisi che ci hanno catalogati… un Angelo di Cristallo.

Sono l’angelo dell’apertura del cuore, questo è il mio compito.

Piccoli, meravigliosi umani, voi che camminate ancora nel mondo, avete tutto il tempo per aprire il cuore, decine di bivi da scegliere.

Avete sempre l’opportunità di cambiare qualcosa, di provare a cambiare.

Uscite di casa, cercate aiuto, riprovate ad amare. Partite da voi stessi, AMATEVI!

Nonna, è vero, d’amore non si muore! Ma si può morire per la MANCANZA d’amore, ci si ammala per la mancanza d’amore. Si vive con l’emicrania per la mancanza d’amore verso se stessi e verso gli altri.

Si vive una vita discreta, a volte triste e poco piena.

Sì, voi che fate finta, anche se non volete che sia così e vi raccontate che ci sono cose altrettanto importanti.

Quale carriera può essere bella, senza poter tornare a casa la sera e aprire la bocca nella bocca di un amore, fare un mantello di parole su quello che avete vissuto nella giornata, quale denaro può essere così affascinante se non può essere condiviso con chi ti sa guardare negli occhi facendo arrivare l’altamarea.

Voi che camminate sulla terra, prendete coscienza di ciò, ognuno di voi ha accanto un Angelo di Cristallo, tendete l’orecchio perché noi parliamo, vi siamo vicino, ma se non volete ascoltare non vi accorgerete di nulla.

L’unica cosa per cui la vita vale la pena di essere vissuta è l’amore, in qualsiasi forma. Verso voi stessi, verso gli altri, verso Pachamama, madre terra.

Riprovate ancora, Voi che avete deciso che “basta così”, iniziate voi che non avete ancora conosciuto l’amore.

Fate le valigie e cambiate casa, voi che vi costringete a vivere in una casa dove l’amore non esiste più, raccontandovi che lo fate per i figli.

Per la mancanza d’amore ci si ammala, ci si spegne.

Noi possiamo vedere i vostri bivi, SONO BIVI SULLA LINEA DEL TEMPO. Ne avete così tanti, anche quando ne avete infilati molti di sbagliati, sono solo cadute, ne arrivano altri per permettervi di alzarvi.

Voi siete come delle piccole barche, meravigliose e dorate, attraccate a un molo di un porto piccolo, che vi sembra sicuro, con grosse corde per tenervi fermi.

Ma il mare grande vi chiama e cerca di staccarvi dal vostro misero porto, il vento ulula e vi prende con una mano invisibile, cerca di portarvi al largo.

Dovete tagliare in modo netto quei cordoni di falsa sicurezza che vi tengono ancorati, prendete il largo e andate nel mare sconosciuto, dentro quella piccola barca che siete voi, c’è tutto, tutto quello che vi serve.

E quando sarete al largo, subito avrete paura, vi sentirete soli.

Ma poi vi accorgerete che nell’oceano c’è tutto e ci sono altre piccole barche che come voi stanno cercando solo un po’ d’amore.

Vi sussurriamo ogni giorno, stolti umani! Ma pochi di voi hanno orecchie per ascoltare.

Piccoli, miseri, meravigliosi umani. L’amore è energia, è sempre disponibile, prendetela!

Camminerete ancora su campi d’orzo, con mani intrecciate e sorrisi aperti.

Ho sussurrato la mia storia alle orecchie di una donna che era pronta ad ascoltare, perché i miei sussurri diventassero carta riempita di parole, attraverso le sue mani.

Se uno solo di voi, dopo aver letto la mia storia, deciderà di aprirsi alla vita, di aprire il cuore, di far esplodere la passione per ogni cosa, anche solo uno di voi…nin quel momento il mio compito sarà finito.

Potrò ritornare sulla Terra, nascerò nel ventre della donna che leggendo avrà cambiato qualcosa o nascerò dalla compagna di quell’uomo che avrà compreso dal mio scritto.

Allora sarò una stella che cresce nel ventre, un dono nell’universo.

E il mio nome sarà AGATA.

Isabella  Aprile 2008

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